Homo Faber

Fonte: Critica Radicale

Stefano Boni, Professore di Antropologia Culturale e Politica presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, nel suo libro Homo Comfort, traccia una linea di demarcazione netta tra la comodità alla quale l’uomo moderno si è abbandonato acriticamente e l’Homo Faber, ossia l’uomo artigiano, che crea per se ciò di cui necessita.
La tecnologia, che noi vediamo come progresso e avanzamento, non è altro che una serie di processi produttivi invisibili al consumatore finale (e dunque deresponsabilizzanti in fatto di impatti ambientali, utilizzo di risorse senza tener conto della loro disponibilità, schiavitù del lavoro, impatti sociali, ecc.). Se la tecnologia è possibile, lo è in quanto qualcosa o qualcuno viene inesorabilmente sfruttato, e lo sfruttamento si esercita attraverso violenza e autorità.

La comodità dell’ipertecnologizzazione alla quale ci siamo abituati ci sta velocemente scollegando dalla natura che in definitiva non è più vista come la nostra casa biologica e fisiologica ma come qualcosa da usare, allontanare, sfruttare e mercificare.

Lo strumento tecnologico o utensile, al contrario, è realizzato con il proprio sforzo diretto, è realizzato con il proprio ingegno e serve alla soddisfazione di un bisogno immediato e finito, collegato alla realtà fattuale del proprio circondario diretto (risorse per realizzarlo, fatica fisica, ecc.).
Il contatto diretto con i materiali e con la “fatica” realizzativa (intellettiva e fisica) pone l’essere umano a contatto diretto con la risorsa che gli è necessaria al fine di realizzare l’utensile o il prodotto di cui ha bisogno e dunque lo sprona ad una attenta valutazione del costo-beneficio per la realizzazione. Ciò non accade quando si parla di tecnologia, poiché tutto il comparto produttivo viene generalmente occultato (nessuno si chiede mai come qual è il costo ”reale” dell’oggetto appena acquistato, chi lo ha realizzato, cosa si sia perduto per la sua realizzazione, il tempo che è stato impiegato, ecc.). 
Se volessimo fare un esempio, potremmo ora osservare qualsiasi oggetto sulla nostra scrivania o nella nostra casa: prendiamo ad esempio un foglio di carta. Per realizzarlo sono stati necessari abbattimenti di alberi con motoseghe industriali (a loro volta prodotte da industrie, che a loro volta hanno richiesto l’estrazione in miniere dei materiali necessari, trasporti via terra, via mare, ecc.), sono stati necessari camion per trasportare il legname, sono state necessarie delle industrie di lavorazione che usano tonnellate di acqua e componenti chimici, è stato necessario imballare la risma con materiale plastico (a sua volta prodotto da altre industrie) e le risme sono state poi imballate in cartone (realizzato a sua volta con il medesimo processo del foglio: abbattimento di alberi con motoseghe, tir per il trasporto, imballaggi, ecc). 
Se dovessimo da soli realizzare un foglio di carta, saremmo disposti a tagliare un albero con un’ascia realizzata da noi, chiuderci in una stanza a battere le fibre di legno a mano con uno strumento di metallo forgiato da noi, usare tonnellate di acqua per i risciacqui, trovare un modo per realizzare chimicamente le sostanze necessarie alla lavorazione, passare intere giornate a lavorare a mano la materia prima, fino ad arrivare ad avere una superficie su cui annotare cuoricini mentre parliamo al telefono con un amico?
Credo che unanimemente la risposta sia no. Probabilmente si preferirebbe usare fibre naturali incrociate tra loro per annotare, eventualmente, solo ciò che ci è realmente necessario.
Se ci sforzassimo per un attimo di fare questo ragionamento sui processi produttivi di ogni cosa che vorremmo acquistare, andando mentalmente a ritroso e cercando di capire come quell’oggetto che abbiamo davanti sia stato prodotto e ci è arrivato, bhè, ci renderemmo sicuramente conto di quanto probabilmente non sia necessario rispetto ai costi (in termini di uso di risorse, inquinamento, sfruttamento, ecc.) che sono stati necessari per realizzarlo.

La tecnologia, con i suoi comparti produttivi sempre lontani, sconosciuti, irraggiungibili, occultati, rende infatti possibile smettere di preoccuparsi dell’impatto dei prodotti sulla nostra casa, sulla natura. Ci troviamo però ad un punto di svolta innegabile: la natura sta cedendo sotto il peso della mercificazione del tutto. La produzione ormai non dipende più dalla domanda, si produce per produrre, per non far fermare le macchine, ci si gira dall’altra parte dinnanzi alla discarica accanto alle abitazioni, ci si gira dall’altra parte dinnanzi alle falde acquifere inquinate irreversibilmente, ci si gira dall’altra parte dinnanzi ai livelli di co2 che stanno alterando interi ecosistemi, ci si gira dall’altra parte dinnanzi all’osceno impatto ambientale della produzione di carne e derivati animali, in definitiva tutto è merce, persino la vita di esseri viventi che non possono in alcun modo sottrarsi alla lama (elettronica) del macello industriale.

Non si sta qui affermando che sia necessario ridurre i consumi poiché questo non basterebbe più, non basta più.
Si sta affermando invece (e il mondo accademico del comparto degli studi antropologici e ambientali è sempre più unanime nel confermare questo) la necessità di ricongiungersi a quei bisogni reali, ancestrali, biologici tipici dell’essere umano, come semplice abitante del pianeta terra, tra altri esseri viventi immersi nella natura, da cui è inter-dipendente. 

“Volere di meno”, un concetto utilizzato anche dall’Antropologo Spencer Wells nel suo libro “il Seme di Pandora”, non è da intendersi come “rinuncia” a qualcosa, al contrario, va inteso come riappropriazione delle proprie capacità creative, della capacità personale di analisi delle dinamiche costo-beneficio. 
In questo l’auto-produzione, ad esempio, è un ottimo inizio per cercare di vedere di nuovo se stessi come esseri “capaci” di confrontarsi concretamente con la realtà e di provvedere a se stessi in modo autonomo e non dipendente da sovrastrutture produttive che hanno totalmente preso il controllo delle vite di tutto il vivente.

Chiediamoci dunque, ogni volta che dobbiamo fare qualcosa o che stiamo per acquistare qualcosa se sia “realmente necessaria” al soddisfacimento di un bisogno reale oppure non sia qualcosa di indotto dalla potenza dei mercati, del marketing, del lavaggio dei cervelli della mercificazione di tutto. Chiediamo in definitiva chi siamo e di cosa avremmo veramente bisogno.

A questo proposito si possono consigliare delle letture: 

Homo comfort – Stefano Boni
Culture e poteri – Stefano Boni
Liberi dalla civiltà – Enrico Manicardi
L’impero virtuale – Renato Curcio
Il seme di Pandora – Spencer Wells
La saggezza antica ci può aiutare a salvare la Terra – Fausto Gusmeroli 
Agricoltura sinergica. Le origini, l’esperienza, la pratica – Emilia Hazelip
Un grosso sbaglio. L’idea occidentale di natura umana – Sahlins, Marshall
Il mondo dopo l’uomo. Tecnica e violenza – Gunther Anders
Natura e società. Scritti di geografia sovversiva – Elisée Reclus
Io lo so fare .Manuale di autoproduzione creativa ed ecologica, dal cibo ai cosmetici. Per far da sé, riusare e risparmiare – Marinella Correggia
La specie imprevista. Fraintendimenti sull’evoluzione umana – Henry Gee
Le origini della civiltà. Una controstoria – James C. Scott
L’anarchia selvaggia – Pierre Clastres
Antropologia strutturale – Claude Levi-Strauss

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