Di chi è la vita? PODCAST n. 18



Di chi è la vita? E’ una domanda che mi perseguita ultimamente, più della consueta “che cos’è la vita?”

Due notizie recenti apparentemente scollegate tra loro tessono in verità un filo che le conduce proprio a quella domanda.
Una di queste notizie è che, secondo la NASA, sono stati individuati altri 7 pianeti simili alla terra a 39 anni luce di distanza, 3 dei quali sono nella cosiddetta fascia di abitabilità cioè una zona in cui un pianeta presenta temperature compatibili con la presenza di acqua allo stato liquido.
Un’altra notizia è quella che riguarda un ragazzo che ha scelto di morire e, per farlo, è stato costretto ad uscire dall’Italia e ha dovuto farlo senza parenti e senza amici.

Perché si cercano pianeti simili alla Terra? Sulla carta per conoscere, per imparare, per applicare poi quello che si apprende per migliorare la nostra vita. Eppure questo cercare è sinonimo di non aver capito nulla della vita. Perché questo cercare conoscenza per la vita non si basa altro che sull’ignorare la vita, ignorare la vita di milioni di persone, di animali e dell’ambiente. La NASA stessa non esisterebbe se le materie prime di cui si nutre per portare a termine le sue mirabolanti imprese non fossero tirate via dalla terra, distruggendola, prelevandole dalle mani tremolanti e insanguinate di minatori schiavizzati e costretti a una vita di stenti per fame, con un fucile puntato contro, o solo perché non possono fare altro per sopravvivere visto che nel giro di centinaia di chilometri la civiltà ha distrutto tutto.
Spesso si guarda al cosmo e si dice: “L’essere umano è progredito a tal punto da riuscire ad andare nello spazio.” E si usa questa frase come una medaglia al valore della nostra specie, spesso per differenziarla dalle altre, rimaste nel loro misero status di non-sapiens. In realtà noi non siamo andati nello spazio: la verità è che l’essere umano è riuscito a raccogliere tante materie e tanta energia da mandare qualcuno nello spazio, mentre un miliardo di persone vive con meno di 2 dollari al giorno e in quello stesso giorno 30 mila bambini muoiono per fame o malattie facilmente curabili.  Come si fa a dire che cerchiamo la vita quando la vita anche di un solo bambino è spesa a tirare fuori l’oro che serve alle visiere degli astronauti per ripararli dal sole? Non è diverso da qualcuno che si sceglie con cura la cravatta da abbinare alla camicia mentre la stanza in cui si veste è completamente in fiamme. Non è progresso. E’ follia.
E di chi sono le vite che sacrifichiamo per quello che chiamiamo progresso? Vite poi spazzate via dalla vista sotto un tappeto tessuto da frasi come “il progresso non si ferma”, “e la medicina?”, “allora torniamo all’età della pietra”.
E se anche fosse? Ho imparato che la maggior parte delle cose che pensavo di sapere sui cosiddetti “uomini delle caverne” erano luoghi comuni, se ne sapessimo un po’ di più forse certe frasi sparirebbero dal nostro prontuario delle scuse, ma di certo non posso sapere come si sentiva un uomo di quel tempo. Però so come mi sento io oggi a vedere quello che abbiamo creato con occhi limpidi e senza ipocrisia.

Perché per qualcuno l’atto di porre fine alla propria vita è un tabù? Principalmente perché non possiamo accettare la libertà altrui di considerare la propria vita sacrificabile, a prescindere dalla cosa per cui la si sacrifica. E sono chiaro: quel “a prescindere” è fondamentale! Non entro nemmeno nel discorso di stabilire se qualcuno aveva o non aveva i requisiti per scegliere di smettere di vivere, facendo magari una classifica, asserendo che “la cecità non basta”, “aggiungo la tetraplegia”, “quello era solo depresso”, “ti ammazzi per aver perso un lavoro?”, “beh, non aveva figli”, “aveva figli quindi che dolore gli avrà dato!”…  Perché appena ci mettiamo a discutere sul per cosa la vita sia sacrificabile, stiamo già mettendo dei paletti arbitrari, stiamo ponendo un giudizio fine a se stesso.
Del resto è questo che importa a molti: dare dei paletti in modo che quello in cui credono loro abbia delle conferme che lo elevino da una mera opinione e si trasformi in un rassicurante, quanto effimero, fatto.

E gli unici modi che riusciamo a concepire per capirci qualcosa sul tema della vita è fare leggi che obblighino le persone a determinate azioni, (di solito solo quelle più povere, perché coi soldi la legge la aggiri in un modo o nell’altro) o affidarci a persone comuni ma vestite strane che ti dicono di capirci qualcosa di più perché hanno letto un libro e sanno interpretare il volere in un personaggio di fantasia.
Il vero problema è il rimanere scandalizzati o oltraggiati davanti a qualcuno che sceglie di non voler vivere. Il problema è il non riuscire a mettersi nei panni di chi non vuole sopportare qualcosa (qualsiasi cosa sia) e vuole gestire la propria vita come crede, anche terminandola. Se non rimaniamo scandalizzati di fronte a persone che sacrificano la propria esistenza in un banale lavoro monotono e che sono persino costrette a fare, perché dovremmo essere scandalizzati da qualcuno che decide di morire e decide di farlo liberamente?! Quale ipocrisia.

Noi ci facciamo sempre in 4 per colpevolizzare le persone che fanno scelte radicali, soprattutto quelle che mettono in crisi i nostri punti saldi e che se non vediamo rispecchiati negli altri stiamo male, perché abbiamo la smania del controllo e della conferma, al punto da obbligare gli altri ad adeguarsi alle nostre aspettative.
Quindi figuriamoci quanto sia facile colpevolizzare coloro che mettono in discussione l’importanza stessa della vita secondo i crismi di efficienza, utilitarismo e progresso che vigono in questa civiltà.

Non possiamo permettere che qualcuno esca dal ruolo che deve interpretare perché lo spettacolo continui. Il ruolo più importante è far vedere che tutto funziona e che se non funziona possiamo comunque migliorarlo un po’. Quello che è imprescindibile è che non si metta in discussione lo spettacolo.
In questo senso siamo tutti attori e spettatori allo stesso tempo. Arruolati nella tragicommedia che va in scena ogni giorno e che prevede si usi la vita degli altri, quanto la nostra, perché lo spettacolo continui.

Ma dove sono le vite che vogliamo vivere? Le sfruttiamo per andare a cercarle su altri pianeti e così capirci qualcosa? Le gestiamo con una legge, con le superstizioni, con i giudizi?
Ma queste vite di chi sono? Sono davvero le nostre?

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