Sulla violenza di stato e l’anarchia violenta

Se parliamo del modo in cui si intendono ottenere cambiamenti sociali esistono due filosofie apparentemente opposte che però in questo specifico ambito sono legate da un filo sottile ma non invisibile e soprattutto non ignorabile.

Una di queste filosofie è quella del sistema statale. Lo stato pensa di potere ottenere un miglioramento della società, intesa come somma dei comportamenti degli individui, con il sistema giuridico ovvero promulgando leggi e punendo chi non si comporta come imposto. In questo sistema non è prevista da parte dell’individuo la comprensione del problema o dei motivi alla base del comportamento da seguire ma si pensa che quest’ultimo si sentirà obbligato ad un comportamento socialmente buono attraverso la paura di una punizione. 

Questa filosofia è in netto contrasto con l’altra cui accennavo all’inizio, quella anarchica.
L’anarchia ripudia il sistema della legge e dei tribunali proprio perché i comportamenti sociali dovrebbero essere espressione della volontarietà e ognuno dovrebbe agire secondo la proprio coscienza. Se si impongono comportamenti e si sottostà a gerarchie, non solo si creano centri di potere incontrollabili che finiranno per avere sempre più potere, ma soprattutto si instaurano dei pericolosi meccanismi di deresponsabilizzazione nei singoli individui che portano le persone ad essere socialmente pericolose. Non si agisce più secondo coscienza, non ci si chiede più cosa sia giusto o sbagliato, ma cosa sia permesso e non permesso fare.
Questa seconda filosofia pare essere di gran lunga più in linea con quella che è la natura dell’essere umano mettendo in luce il gravissimo paradosso in cui ci siamo impantanati ovvero che sono gli strumenti di controllo e punizione che creano le condizioni sociali per cui questi ci sembrano indispensabili, praticamente un cane che si morde la coda.

Nonostante però il concetto di pace e miglioramento sociale dell’anarchia sembri evidentemente opposto a quello statale, esiste un’appendice anarchica assolutamente non trascurabile che invece pare essere perfettamente e tragicamente identica a quella statale, ripercorrendo gli stessi errori. Mi sto riferendo all’anarchia violenta, ovvero quella parte di anarchici che vorrebbe ottenere un cambiamento sociale attaccando direttamente e fisicamente gli apparati di dominio statale e capitalista.
Sia chiaro che in questo articolo ci riferiamo unicamente ad un uso diretto e pianificato della violenza a scopo politico. 

E’ impossibile non notare che l’uso di atti violenti, intimidatori o terroristici di qualsiasi genere implica nei fatti lo stesso impianto filosofico statale: si cercano di ottenere dei mutamenti sociali attraverso la paura, il ricatto della punizione, non la comprensione né la responsabilità. Certo rendere responsabile chi ha potere e soprattutto far comprendere l’anarchia, che è assenza di dominio, a chi sta esercitando quel dominio può sembrare un corto circuito logico o una risibile ingenuità, ma questo sarebbe vero se i centri di potere nascessero spontaneamente come funghi in un bosco. 
Tutto ciò che è potere, apparato statale e dominio istituzionalizzato di qualsiasi genere esiste in quanto sostenuto e accettato da una moltitudine di singoli individui. Nessuna istituzione può esistere senza un tipo di supporto attivo o passivo da parte delle masse, le stesse masse che lo stato considera degne solo di controllo e punizione, impianto filosofico giustamente ripudiato e osteggiato dall’anarchia ma che l’anarchia violenta perpetua allo stesso identico modo: come lo stato punisce i pochi delinquenti sull’orrenda e fallace idea che la delinquenza sparisca e gli altri abbiano timore a delinquere, così fa l’anarchia violenta colpendo i centri di potere e dominio sull’orribile ed erronea idea che questi possano essere distrutti o abbandonati per paura; così come lo stato non si impegna in nessun tipo di vera comprensione sociale facendo diminuire costantemente la responsabilità individuale e creando di fatto delinquenza, così l’anarchia violenta ritiene superfluo o utopico creare quel senso di responsabilità e libertà nelle masse che per prime hanno generato e continueranno a generare le forme di potere e dominio che si continueranno inutilmente a combattere.

In effetti altre similitudini si possono tracciare continuando l’accostamento. 
Se si guarda con occhio disilluso alla funzione dello stato e della sua enorme quanto palese inefficacia nell’ottenere la pace sociale attraverso controllo e punizione, viene da pensare che il mezzo usato sia in realtà il fine, ovvero si finge (non si sa quanto per dolo e quanto per inettitudine) di voler ottenere benefici sociali che non si realizzeranno mai, ma il vero scopo parrebbe di mantenere in piedi eternamente l’utilizzo del mezzo cioè controllo e punizione. Anche guardando l’anarchismo violento si può avere la stessa sensazione: per quanto sia palese che la pace sociale e l’ideale anarchico non saranno mai raggiungibili con un attacco diretto e violento al potere poiché questo è sorretto ed è emanazione della maggioranza, viene da pensare e temere che il fine sia in realtà il mezzo usato, ovvero si finge (non si sa quanto per dolo e quanto per inettitudine) di voler ottenere un’anarchia che così non si realizzerà mai, mentre il vero scopo parrebbe il solo mantenere in piedi la lotta violenta e il sostentamento perpetuo di tutto il costrutto narrativo e romantico della ribellione.

Infatti a questa riflessione possiamo aggiungere che lo stato non ammette che il suo operato in realtà non persegue la fine della delinquenza ma solo una guerra contro le persone al fine di controllarle. Le sue azioni vengono giustificate però presentandole come una misura momentanea e necessaria a difendersi dalla delinquenza, cosa che non preclude l’adozione anche di altre soluzioni. Però di fatto queste “altre soluzioni” sono per larga parte ignorate e la sua attività principale continua a generare quella delinquenza che viene usata proprio per giustificare il continuare a controllare e punire. Allo stesso modo l’anarchia violenta non ammette che il suo operato in realtà non persegue la creazione di una società libera e anarchica ma solo la continuazione di una condizione di mero antagonismo. Le sue azioni vengono giustificate però presentandole come una misura momentanea e necessaria a difendersi dal potere, cose che non preclude l’adozione anche di altre soluzioni. Però di fatto quelle “altre soluzioni” sono sostanzialmente ignorate e, anzi, le sue azioni sistematicamente allontanano le persone dall’anarchia continuando a far sembrare necessario l’uso della violenza agli anarchici e l’esistenza dello stato agli statalisti.

Un ultimo paragone che possiamo fare è valutando come le due filosofie spesso considerano e trattano gli oppositori.
Nell’impianto statalista chi dovesse sottolineare l’insensatezza e l’inefficacia di controllo e punizione perché piuttosto si vada alla radice dei fenomeni antisociali, verrebbe fatto tacere con diversi epiteti ed etichette tra cui quella di buonista, di colui che vuole risolvere tutto abbracciando gli assassini, o addirittura insinuando che questa attitudine sia una forma di complicità con il mondo della delinquenza.
Allo stesso modo chi si facesse portavoce di una critica all’anarchismo violento cercando di far comprendere l’inutilità di questo approccio e quanto serva piuttosto essere convincenti e comprensibili dalla massa perché questa sposi la causa anarchica, potrebbe esser fatto tacere con epiteti simili a quelli già visti, magari usando l’accusa di codardia, venendo descritto come colui che vuole risolvere tutto abbracciando il capitalista, o addirittura insinuando che questa attitudine sia una forma di collaborazionismo con il potere.

Appare chiaro quindi che l’impianto filosofico di questi due approcci è tragicamente simile così come tragicamente simile è anche quello che ne consegue: entrambi portano le masse a simpatizzare con lo stato, il potere costituito e la necessità di leggi, controllo e punizione. Lo stato crea le condizioni perché esistano i problemi che fanno sembrare necessario lo stato e i suoi apparati, l’anarchismo violento crea le condizioni perché le masse continuino a sentirsi intimidite dall’anarchia e quindi bisognose di uno stato per come se lo sono sempre sentite raccontare.