Quand’è stata l’ultima volta che qualcuno ha salvato il mondo o, meglio, l’umanità?
Sembra una frase da film di fantascienza, ma proviamo a rispondere.
Più si va indietro nella storia e più e difficile trovare una situazione in cui l’umanità sia stata in pericolo perché semplicemente l’essere umano non era in grado di metterla in pericolo. Uomini preistorici, Assiri, nemmeno i grandi antichi romani… nessuno di loro avrebbe avuto il potere di mettere in pericolo tutto il genere umano. Ma col tempo e con lo sviluppo della tecnica, invece, è diventato qualcosa di plausibile.
Ma scommetto che, comunque, non vi viene nessun nome, nessun esempio.
Secondo molti, esiste un evento storico in cui l’umanità è stata salvata: parliamo della bomba atomica sul Giappone.
Era il 6 agosto 1945 quando gli Stati Uniti sganciavano sul Paese del Sol Levante la prima delle due bombe atomiche.
L’unica volta nella storia in cui si è militarmente usata la bomba atomica. L’attacco causò centinaia di migliaia di vittime, perlopiù civili, visto che entrambi gli ordigni furono sganciati su due popolose città, non su obiettivi militari.
Nonostante l’enorme numero di vite strappate e la devastazione senza precedenti, molti pensano che quell’azione abbia salvato il mondo, visto che ha fermato la Seconda Guerra Mondiale.
Ovviamente questa è solo propaganda per diversi motivi.
Per prima cosa, nessuna strategia bellica dovrebbe poter contemplare lo sterminio di centinaia di migliaia di persone, soprattutto se ottenuto con un attacco deliberato contro dei civili. Questo dovrebbe essere considerato terrorismo. Ma se la storia ci ha insegnato qualcosa, è che nessuno viene ricordato come terrorista se vince la guerra. È una questione di potere, non una questione morale.
Ma il fatto ancora più evidente è che quelle bombe non hanno fermato niente: il Giappone non stava avendo la meglio e non c’era la necessità di un’arma speciale per riequilibrare le forze, anzi, il Giappone era già sulla via della resa.
Non solo, per costruire la bomba atomica venne creato il Progetto Manhattan: lo scopo era sfruttare la fissione nucleare per creare armi di distruzione di massa prima che potesse farlo la Germania nazista.
In quel periodo era noto che l’atomo potesse essere usato per sprigionare una potenza enorme e la Germania aveva tra i migliori scienziati al mondo, quindi era solo questione di tempo.
Questo era in ballo: il pericolo che un pazzo come Hitler riuscisse a creare un’arma simile per primo.
Quasi 150 mila persone lavorarono a questo progetto e molti erano illustri scienziati. Tutti alacremente al lavoro per arrivare alla bomba atomica prima di Hitler.
Durante il loro lavoro, però, i servizi segreti inglesi resero noto che non solo Hitler non era vicino alla creazione di un ordigno nucleare, ma che non c’era alcun progetto in merito e la Germania non aveva nemmeno un programma nucleare, neanche a scopo civile.
Quindi non c’era alcun rischio di quel tipo.
Dato il cessato pericolo, ci si aspetterebbe che degli scienziati coscienziosi, dalla parte giusta della storia, sentano la responsabilità di non contribuire alla creazione della più potente arma di distruzione di massa mai vista. Ebbene, nonostante si fosse a conoscenza che Hitler non avrebbe mai avuto la bomba atomica, tra le centinaia di illustri scienziati (tra i quali 31 premi Nobel), solo uno di loro uscì dal progetto: Józef Rotblat un fisico ebreo polacco. E venne trattato come un traditore e radiato con disonore, colpevole di avere una coscienza. Rotblat fu in seguito il più giovane dei firmatari del Manifesto Russel-Einstein sui pericoli delle armi nucleari. Con Bertrand Russel fondò l’associazione Pugwash vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1995.
Archiviato quindi questo evento, cosa rimane?
Praticamente nulla.
Eppure, ci sono almeno due uomini, in due eventi separati che sono andati davvero vicino a poter dire di aver salvato l’umanità.
Siamo in piena guerra fredda, durante la crisi dei missili a Cuba nel 1962: una pericolosa escalation di azioni provocatorie aveva portato gli USA a invadere Cuba per rovesciare Castro e l’unione Sovietica a installare lì dei missili nucleari a medio raggio, a due passi dagli USA. Fortunatamente si giunse a un accordo pacifico tra i due paesi ma si era arrivati a un passo dalla guerra nucleare.
Prima che la situazione si risolvesse, però, è successo qualcosa di particolare: un sottomarino nucleare russo nelle acque di Cuba viene individuato dalla marina USA che inizia a lanciare delle bombe di profondità per obbligarlo a riemergere. Avvertendo le esplosioni, il capitano del sottomarino russo dà l’ordine di rispondere al fuoco con il lancio di una testata atomica. Gli Usa, da protocollo, avrebbero risposto con tutto il loro arsenale nucleare e questo avrebbe significato probabilmente la fine del genere umano.
Fortunatamente, a bordo di quel sottomarino c’è Vasilij Archipov, secondo in comando, che si oppone all’ordine del capitano e impedisce la tragedia.
Questa storia è rimasta praticamente segreta per più di 30 anni.
Nel 2002, Arthur M. Schlesinger Jr., consigliere dell’amministrazione Kennedy e storico, riguardo questa vicenda ha affermato “Questo non è stato solo il momento più pericoloso della guerra fredda. È stato il momento più pericoloso nella storia umana”.
Nello stesso anno, Thomas Blanton, allora direttore dell’Archivio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, disse che Archipov aveva salvato il mondo.
Anche il secondo evento riguarda le armi nucleari.
Ci troviamo nel settembre del 1983, Russia. Il sistema di rilevamento nucleare sovietico segnala il lancio di cinque missili nucleari dagli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica. Secondo il protocollo, l’addetto al monitoraggio del sistema avrebbe dovuto immediatamente informare il comando, il che avrebbe portato quasi certamente a una rappresaglia nucleare su vasta scala.
Ma davanti agli schermi del sistema di controllo c’è il tenente colonnello Stanislav Petrov che invece rimane immobile, non agisce perché ha un dubbio, ovvero: “Perché solo cinque missili? Se gli americani stessero iniziando una guerra nucleare, non ne lancerebbero centinaia in una volta sola?”. Perciò contravviene al protocollo e dichiara l’allarme come falso.
La sua intuizione si rivela corretta: si trattava di un malfunzionamento del sistema satellitare che aveva scambiato i riflessi della luce solare sulle nuvole per lanci missilistici.
Agendo contro gli ordini, Petrov aveva evitato una potenziale guerra nucleare globale che avrebbe potuto distruggere il mondo.
La vicenda divenne nota soltanto nel 1988 quando un generale sovietico definì Petrov come “l’uomo che aveva salvato l’umanità”.
Quindi, quando si parla di qualcuno che ha salvato il mondo, esistono eventi come questi. Eppure, ci si ricorda solo, a sproposito, del bombardamento nucleare sul Giappone.
Perché?
È facile rispondere.
Certamente un motivo si può trovare nel fatto che la cultura occidentale non è così “disinvolta” nel celebrare due militari russi come eroi. Ma, per quanto attinente, questa motivazione non basta di certo.
Sostenere che le bombe nucleari sul Giappone abbiano salvato il mondo, nonostante siano state solo una tragedia umana, elogio alla linea dura, atlantista e guerrafondaia, all’essere forti e, soprattutto, al non avere dubbi e obbedire.
Mentre le storie dei due soldati russi ci insegnano l’opposto. Ci insegnano che a salvare l’umanità, salvarla letteralmente, non per modo di dire, quando eravamo sull’orlo della distruzione, sono stati proprio il dubbio e la disobbedienza. Questo ci ha salvati da una catastrofe globale imminente. Una catastrofe al cospetto della quale ci trovavamo proprio perché molti uomini non avevano dubbi e stavano obbedendo. Così come in tanti altri momenti bui della storia.
Infatti, molti studi sociali suggeriscono che l’autorità, attraverso l’obbedienza, ci deruba della capacità di essere responsabili perché ci trasforma in meri ingranaggi dei meccanismi del potere. Quando si perde questa capacità, di chiedersi cosa sia giusto e sbagliato, accettando acriticamente un ordine, obbedendo a un’autorità, si possono compiere gli orrori più tremendi, orrori che individualmente non ci saremmo mai sognati di compiere.
Eppure, il dubbio e la disobbedienza sono solitamente condannati, svalutati, derisi, considerati pericolosi, da reprimere. Nondimeno, assieme all’intuito, al dissenso, all’empatia, il dubbio e la disobbedienza sono due delle caratteristiche più importanti che non solo ci rendono umani, ma rappresentano anche la chiave per una vera pace, il più potente strumento contro l’egemonia di pochi a discapito di molti.
Se tutti ci sforzassimo di esercitare dubbio e disobbedienza potremmo costruire le fondamenta di un mondo pacifico basato sull’associazione volontaria e orizzontale degli individui, piuttosto che questo arrancare disperati sulla ripida parete di una piramide di potere fatta di autorità, controllo e obbedienza.