Responsabilità o obbedienza?

La responsabilità verso la collettività è una cosa importante e fondamentale. L’individualismo è un cancro per la collettività.

Ma c’è un ma. Ed è gigantesco.

Il fatto è che, se per la collettività si distrugge l’individuo, allora si crea un cancro ancora peggiore che attacca sia l’individuo che la collettività.

La responsabilità collettiva (così come la felicità collettiva e tutto ciò che può essere collettivo), non può che essere la somma delle responsabilità (delle felicità, delle libertà, ecc.) dei singoli individui.

Ecco perché la responsabilità verso la collettività non può essere imposta, non può essere costruita sulla negazione delle responsabilità individuali libere e volontarie, soprattutto se a imporre questa responsabilità sono potentati economici o politici, ovvero coloro che incorporano la negazione del concetto di responsabilità e sono l’espressione diretta del suo opposto: la delega. Se esistesse una vera responsabilità individuale (e quindi anche collettiva), non esisterebbero in primo luogo coloro che tentano di imporla con la retorica del “bene comune”.

E infatti, quello a cui assistiamo oggi ne è la diretta prova: l’appello alla responsabilità verso gli altri, verso la collettività, è in realtà solo uno slogan per ottenere un determinato comportamento collettivo utile al perseguimento di altri scopi. E fa presa proprio perché il sentirsi responsabili è bello, non può essere altrimenti. Così come i social incanalano la naturale e positiva socialità dell’essere umano in una cloaca in cui questa viene invece distrutta mentre si crede di esercitarla, così lo stato incanala il volersi sentire responsabile del cittadino in un meccanismo che in primis delega la responsabilità di fatto uccidendola e inoltre mette tutti uno contro l’altro.

Si è fatto passare un farmaco come una sacra immolazione verso il prossimo. Quando si è venuto a sapere che, al limite, proteggeva solo se stessi, non gli altri, e la retorica non funzionava più, allora si è tirata fuori un’altra retorica: quella del “se ti ammali occupi un posto letto e gravi sulla spesa sanitaria”. Quindi chi assume il farmaco automaticamente lo fa perché è responsabile in questo nuovo senso. Poco male se invece magari la scelta è dettata dall’obbedienza, dal non essersi informato, da credere che così non si è contagiosi (danneggiando la comunità), se lo si fa solo per paura di prendersi un virus che per più del 90% dei casi è asintomatico o come una normale influenza ma ingigantito dal terrorismo mediatico. In ogni caso la retorica è quella che chi assume quel farmaco sta salvando il mondo e lo fa per gli altri, al punto che è accettabile anche introdurre un obbligo, ora solo ufficioso attraverso la discriminazione del green pass ma non è escluso l’obbligo diventi ufficiale.

E questo obbligo è e sarà sostenuto da molti, sempre con la stessa retorica secondo cui se assumi il farmaco lo fai per la comunità e se non lo fai è giusto che ti si obblighi a farlo e magari anche a pagarti le cure se stai male. Tutto il resto non conta.
Davvero?

Mi avete convinto.
Chi fa scelte sbagliate e finisce in ospedale è un pericolo e un danno per la collettività. Ci sto. Ha senso. Obblighiamo la gente ad essere “sana”.

Quindi cominciamo a prendere tutti quelli che mangiano male, chi fuma, chi è distratto al volante. Obblighiamoli a smettere. In Italia le malattie del sistema circolatorio uccidono 230 mila persone l’anno; il fumo 93 mila morti l’anno e costi per 26 miliardi di euro; gli incidenti stradali 7 mila morti e 373 mila feriti. Tutte persone che vanno curate e per cui spendiamo un sacco di soldi, la cui stragrande maggioranza non finirebbero in ospedale se conducessero vite diverse. Basta!

Obblighiamo le persone a magiare bene, obblighiamo le persone a non fumare e obblighiamo le persone a guidare bene. Certo per la guida ci sono già le multe, ma non è abbastanza: con la multa puoi sempre scegliere. Le persone vanno ob-bli-ga-te! E soprattutto devono pagarsi le cure. È una questione di responsabilità. Stiamo parlando di quasi una milionata di posti letto ogni anno con costi esorbitanti.

Ma come farebbe lo stato ad obbligare queste persone? Per il cibo dovrebbe mettersi contro a Giovanni Rana o la Coca Cola. Per il fumo dovrebbe rinunciare di fare una fracassata di soldi. Naaaa… Facciamo così, che è più semplice: per queste cose ognuno faccia come gli pare perché è importante la libertà e lo stato non deve fare da padre padrone, figo, suona bene. Se invece ci occorre tirare fuori un obbligo che permetta allo stato un maggiore controllo sul cittadino e alle case farmaceutiche di fare un treno di quattrini, beh, allora possiamo anche raccontare la favola della responsabilità, ci crederanno, e smetteranno anche di guardare tutto quello che non torna: saranno troppo presi dalla sensazione di essere utili, di fare i bravi bambini e sfogare anni di repressione economico-sociale sui cattivi che non obbediscono, pardon, che non sono responsabili, non importerà più quale fosse davvero l’emergenza, i tagli alla sanità, i conflitti di interesse, le previsioni sbagliate, le promesse non mantenute, tutte le possibili altre soluzioni… Tutto magicamente sparirà.

L’obbligo per questo farmaco è un po’ come se un comune avesse una strada pedonale piena di buche e che non ripara da anni, anzi, ad ogni consiglio comunale tira fuori decisioni che la peggiorano.

Ci passano un sacco di persone per motivi diversi e qualcuno ogni tanto, ovviamente, si fa male. A farsi male sono per lo più anziani e persone con gravi patologie.

Un giorno il comune decide che, siccome esiste il pericolo di quella strada, bisogna obbligare tutti ad operarsi alle gambe per rinforzarle evitando che l’inciampo sia grave e che non si intasi la strada: è una responsabilità collettiva. E le persone non si incazzano col comune perché non ripara la strada, non si incazzano perché è illogico fare operare tutti quando si possono trovare cure migliori solo per chi si è fatto veramente molto male, non si incazzano perché il comune fa risultare inciampate in quella strada anche chi è inciampato altrove ma poi si scopre che era passato anche da quella strada, non si incazzano per la gente che non può operarsi e non sa come fare per passare da quella strada, non si incazzano per le operazioni alle gambe effettuate in fretta e furia, senza le dovute anamnesi, senza verificare se uno ha davvero bisogno di quella operazione, non si incazzano perché gli era stato promesso che bastava una operazione mentre probabilmente sarà una operazione all’anno, non si incazzano perché si potrebbero piuttosto trovare mezzi per proteggere solo chi rischia di farsi davvero male. No. Si incazzano con te se hai qualche dubbio a farti obbligatoriamente operare alle gambe. È una questione di responsabilità. O almeno è questo probabilmente quello che si ripetevano tutti i burocrati e cittadini comuni che hanno contribuito alle pagine peggiori della storia.

 

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