Dalle stelle al cimitero in fondo al mare




Si è conclusa da poco la missione Artemis II e, in questi giorni, i media sono saturati di quella retorica calda e rassicurante che ci fa sentire parte di una tribù che riesce a fare cose sempre più fantastiche.
E capisco possa essere affascinante, davvero. Oggettivamente, c’è qualcosa di vertiginoso nella sfida dell’ignoto, nella complessità dell’impresa, in esseri umani che si spingono “oltre”. È una narrazione che funziona perché fa leva su qualcosa di apparentemente ancestrale. Non mi soffermerò su questo, che è un falso mito, ma su un altro aspetto: cosa succede dopo?

Esiste un posto nel mezzo dell’Oceano Pacifico chiamato Punto Nemo. Si tratta del punto più lontano da qualsiasi costa terrestre esistente sul pianeta: quasi 2700 chilometri dall’approdo più vicino in ogni direzione.
Qui si è scelto di creare un cimitero.
Dagli anni Novanta ad oggi, più di duecento oggetti costruiti dall’essere umano riposano sul fondo del Pacifico in quella zona: stazioni spaziali, satelliti, frammenti di razzo. Fatti scientemente affondare lì quando non più servibili.
Il più famoso di questi oggetti è la Mir, la stazione spaziale sovietica, simbolo di un’epoca trionfale, poi caduta in disuso, abbandonata e affondata deliberatamente nel 2001. Centinaia di tonnellate di metallo, componenti elettronici, materiali compositi, sostanze chimiche, depositate sul fondo dell’oceano più profondo del pianeta.
E tra qualche anno, laggiù ci finirà anche la ISS, la Stazione Spaziale Internazionale. Presentata come il simbolo della cooperazione internazionale, il sogno condiviso dell’umanità che guarda avanti, l’oggetto artificiale più costoso mai costruito nella storia della nostra specie che è costato centocinquanta miliardi di dollari e che verrà buttato a mare, dopo soli trent’anni di servizio. Non perché si tratti di un progetto fallito. Quello è sempre stato il progetto.

Una delle cose che più mi colpisce, ma che sembra interessare a pochi, è come sia possibile progettare qualcosa di così immenso, costoso, tecnicamente straordinario, sapendo che il suo destino in pochi decenni è diventare un rifiuto nell’oceano. Come se la domanda “e poi?” non fosse mai stata considerata abbastanza importante da entrare nel dibattito principale.
Lo scintillìo dei pannelli solari e del titanio impreziosisce la propaganda che vede l’essere umano alla conquista dello spazio, esattamente come un giocattolo nuovo per un bambino che vuole credere in Babbo Natale e non si cura che, tra non molto, quel giocattolo finirà nella pattumiera.
Questo mi sembra un riassunto abbastanza preciso di come funziona il sistema tecnoindustriale nel suo complesso.
Il ciclo è sempre lo stesso: si crea qualcosa di enorme e apparentemente meraviglioso, si celebra la creazione, si normalizza l’utilizzo, si smaltisce l’inutilizzabile, e si ricomincia. Quello che succede tra la celebrazione la discarica viene chiamato “esternalità”, che è il modo elegante per dire “un problema di qualcun altro in un momento che non è adesso”. L’oceano, in questo schema, è quel “qualcun altro” per eccellenza: non vota, non protesta, non compare nei comunicati stampa.

Non si tratta solo della ISS o della Mir. Nell’orbita terrestre sono stati lanciati circa ventimila satelliti, attualmente circa diecimila di essi sono attivi, senza contare altre decine di migliaia di detriti catalogati che viaggiano a ventisettemila chilometri l’ora trasformando l’orbita stessa in una discarica provvisoria di oggetti che dovranno cadere sul pianeta. Frammenti di oggetti esplosi, satelliti dismessi, pezzi di razzo che nessuno sa più di chi siano. E per ogni satellite che viene controllato nella sua caduta e diretto verso il Punto Nemo, ce ne sono decine che rientrano in modo incontrollato, disperdendo nell’atmosfera e nell’oceano i loro materiali, senza che nessuno possa misurarne davvero le conseguenze.

Tornando a quel senso di conquista e di impresa umana che ci avvolge e ci esalta, trovo tragico non ci si accorga di quanto profondamente malato sia essere spinti alla conquista e al controllo di qualcosa, piuttosto che essere spinti al conviverci senza alterarlo. Ma, a prescindere da questo, quel sentimento di grandezza e successo viene sistematicamente utilizzato trasformato in giustificazione per qualsiasi cosa venga fatta in suo nome.
È quello che la critica francofortese chiamava la razionalità strumentale portata alle sue estreme conseguenze: la capacità di calcolare i mezzi con una precisione assoluta, combinata con l’incapacità strutturale di interrogarsi sui fini. Possiamo calcolare la traiettoria di rientro di una stazione spaziale con un’accuratezza al metro. Ma traballiamo alla domanda “perché?” e soprattutto abbiamo smesso di ritenerla necessaria, sostituendola con un’inerzia produttivista fine a se stessa.

Il paradosso più strano di tutta questa storia è che il Punto Nemo viene scelto proprio perché è lontano da tutto. Perché è il posto della Terra dove l’impatto umano è minore.
Come se buttare i rifiuti nel posto più intatto del pianeta fosse la soluzione più sensata.
Lo è solo quando non si vogliono mettere in dubbio le premesse. Esattamente come chi ritiene plausibile commettere un omicidio, non avrà problemi con la domanda “cosa farne del corpo?”.
C’è una logica in questo, e la logica è quella del sistema: tutto ciò che non produce valore, tutto ciò che non è più funzionale al ciclo produzione-utilizzo-sostituzione, viene esternalizzato verso il luogo di minor resistenza. Prima erano i fiumi, poi i mari aperti, poi le colonie del sud del mondo, poi l’atmosfera, ora il fondo dell’oceano più remoto del pianeta. Il confine si sposta sempre più lontano, sempre più in profondità, sempre più fuori dalla portata di chiunque possa lamentarsene.
Fino a quando il confine coinciderà con il pianeta intero.

C’è una domanda che mi rimane in testa ogni volta che leggo di queste cose, e non è una domanda retorica: a chi appartiene il Punto Nemo?
Non nel senso legale, che pure sarebbe interessante. Nel senso più fondamentale: chi ha deciso che quel pezzo di oceano, con tutto quello che ci vive dentro, con le correnti che lo attraversano e gli ecosistemi che ospita, potesse diventare la discarica dell’industria spaziale?
Questo è l’antropocentrismo nella sua forma più nuda: oltre all’ingenua e pericolosa convinzione di essere superiori, abbiamo di fronte l’incapacità strutturale di concepire che ci possa essere qualcosa che non è a nostra disposizione. L’oceano viene derubato della sua soggettività e diventa la discarica di una storia fatta di capitale, miniere, matematica e propaganda.

Quando si parla di critica alla tecnologia, si finisce quasi sempre per essere accusati di voler tornare a vivere nelle caverne, assieme a tutto il bagaglio mitologico di quanto sia precaria e complessa la vita in natura rispetto a quella moderna, con le stesse premesse e conseguenze di qualcuno che ti convince a camminare con una stampella dopo averti spezzato una gamba, vendendoti lo strumento come un prodigio dell’ingegneria, anziché come il rimedio a un danno auto provocato.
Con la retorica, si tenta così di ridurre tutto all’idea di scegliere: o la ISS o la pietra focaia, senza accorgersi dell’elefante nella stanza. Parlo di un sistema che produce oggetti da centocinquanta miliardi di dollari con il piano preordinato di buttarli nell’oceano. Non è un sistema che risolve problemi con la tecnologia, ma un sistema che ignora tutti i problemi tranne quelli che possono essere affrontati con altra tecnologia che creerà altri problemi. Sto dicendo che la grandiosità delle realizzazioni non può continuare a funzionare come alibi per l’irresponsabilità delle conseguenze. Sto dicendo che forse, prima di lanciare la prossima stazione spaziale, varrebbe la pena chiedersi se il modello per cui ogni risposta tecnologica genera nuove domande tecnologiche, che generano nuove risposte tecnologiche, sia davvero la strada che vogliamo continuare a percorrere, considerato dove ci ha portati finora.

Massacrare il pianeta con miniere e deforestazioni, sfruttare disperati che scavano nelle miniere per un dollaro l’ora, creare discariche infinite… Tutto questo può sembrare normale e logico solo se esiste una propaganda efficace che sostituisca, nelle nostre menti, quelle aberranti immagini con la perfezione asettica di una stazione spaziale che ci eleva verso un futuro radioso.
Ma nel Punto Nemo la Mir arrugginisce lentamente sul fondo dell’oceano, a duemila settecento chilometri da qualsiasi costa, lontano da qualsiasi occhio umano, da qualsiasi giornale che possa darne notizia, del resto servirebbe solo a ricordarci che è tutta una bugia, un immenso e volgare baraccone di fabbriche che mangiano vite e pianeta per rivomitarcelo addosso.