C’è un errore di prospettiva che affligge buona parte del pensiero libertario contemporaneo, una sorta di miopia ideologica che riduce ogni male del mondo a un’unica etichetta: il capitalismo. Come se, abbattuto il profitto e socializzati i mezzi di produzione, l’essere umano potesse finalmente risvegliarsi in una realtà fatta di autodeterminazione, libertà, uguaglianza. Ma la storia, quella profonda, quella che tiene conto della società, della psiche, dell’essere umano in senso antropologico, ci racconta una verità molto più scomoda.
Il capitalismo non è l’origine del male; è solo una sua recente manifestazione. Le radici della nostra schiavitù, delle disuguaglianze, del dominio affondano in un terreno che esisteva millenni prima del mercato globale e, temo, sopravviverà anche al suo collasso.
Giacomo Leopardi, nel suo Discorso sui costumi degli italiani, aveva già centrato il punto con una precisione chirurgica. Nella prima metà dell’Ottocento scriveva “L’uomo, anche il più risoluto, e il più libero nel pensare, è sempre sottoposto […] all’irrisoluzione e al dubbio, l’una e l’altro molestissimi alla natura umana. Il rimedio più pronto e forse unico contro questi due mali è l’autorità, ed è impossibile che l’uomo rifiuti del tutto questo rimedio. Egli prova un certo piacere, un senso di riposo, un’opinione
o una confusa immaginazione di sicurezza, ricorrendo all’autorità, assidendosi sotto l’ombra sua e pigliandola come per ischermo delle determinazioni sì del suo intelletto che della sua volontà, nella tanta incertezza delle cose e della vita”.
Ecco il cuore della questione. L’autoritarismo non è esclusivamente un’imposizione che piove dall’alto; è una domanda che sorge dal basso, una subdola richiesta di soccorso che ci esoneri dal peso di essere liberi in un contesto malato in cui la libertà diventa un peso. È appunto il contesto ad essere il problema.
Immaginiamo un uomo che soffre di fitte lancinanti allo stomaco, bruciori costanti e una digestione che è diventata un tormento. Va dal medico e la diagnosi è immediata: “È un’infezione da Helicobacter pylori. Ecco il colpevole, ecco il batterio. Prenda l’antibiotico e l’ulcera sparirà”.
Sembra una cosa evidente, incontestabile… ma, leggendo l’anamnesi del paziente, si evince che quei sintomi sono apparsi ben prima di contrarre il batterio e sono dovuti all’abitudine del paziente di assumere alcolici e masticare tabacco.
Anche se quell’uomo seguisse la cura e uccidesse il batterio, continuerebbe ad avere a che fare con gli stessi sintomi.
Il batterio (il capitalismo) ha certamente esacerbato il problema a monte, ha ingigantito le ferite rendendole purulente e insopportabili, ma non è lui l’origine del foro nello stomaco.
Molti oggi si comportano come quel medico frettoloso. Identificano nel capitalismo il “batterio” da eliminare, convinti che, una volta sterminato, l’organismo sociale tornerà sano per magia.
Ma la verità è che i sintomi (dominio, sfruttamento, alienazione, delega, ecc.) erano già presenti nella nostra civiltà millenni prima che il ‘capitale’ facesse la sua comparsa. Erano lì quando l’uomo cercava l’ombra del faraone o del console romano per sfuggire alla vertigine del dubbio, proprio come descritto da Leopardi.
Parliamo di continuità del controllo, del quale il capitalismo è solo una fase che ha avuto un inizio e avrà probabilmente una fine, ma non sarà la fine del potere.
Se seguiamo la tesi di Werner Sombart, il capitalismo nasce quando iniziamo a “calcolare, pesare e misurare”. Ma questa “razionalità calcolante” non è un’invenzione del profitto; è un’invenzione dell’intelletto umano che cerca di dominare l’incertezza.
Se l’incertezza è il nemico, tutto diventa un nemico, perché il progresso, il demone al quale ci siamo genuflessi e a cui dedichiamo la nostra esistenza, richiede certezza, efficienza, prevedibilità, risultati oggettivi. La vita, i sentimenti, l’intera natura diventano prima dei contesti da gestire, e poi persino degli ostacoli.
Senza contare che, paradossalmente, non c’era alcuna “incertezza” da cui affrancarsi. Non esiste un “prima incerto” rispetto a questa “razionalità calcolante”. La ricerca spasmodica di certezza, infatti, non ha alcun senso se non all’interno di una propaganda antropocentrica e specista che vuole vedere nella natura stessa un nemico e creando, di fatto, il contesto più incerto che si possa pensare: quello in cui una specie si contrappone al suo stesso ambiente in cui ha prosperato e nel quale si è evoluta per centinaia di migliaia di anni.
Oggi, quell’ombra rassicurante di cui parlava Leopardi ha cambiato forma. Non indossa più la corona o il cilindro del padrone, ma si nasconde dietro la presunta esattezza di un algoritmo. Ci sediamo all’ombra dell’Intelligenza Artificiale con lo stesso sospiro di sollievo con cui il servo si affidava al signore: finalmente, qualcuno (o qualcosa) decide per noi. L’algoritmo predittivo non è che l’ultima versione dell’autorità: ci libera dall’onere di pensare, di sbagliare, di essere responsabili. Di esserci.
Per questo, un antagonismo al potere, all’autoritarismo, che si limiti alla critica del capitale rischia di essere tragicamente inefficace ignorando che il meccanismo del dominio è post-capitalista quanto era pre-capitalista, ignorandone la natura e quindi ignorandone possibili soluzioni.
Essere libertari oggi non significa solo combattere il padrone, ma combattere la tendenza all’imitazione e il desiderio di riposo intellettuale che ci spinge tra le braccia del potere. Significa avere uno sguardo il più possibile aperto e lungimirante, verso il futuro e verso il passato, onesto, che non cerchi dei meri nemici da combattere, ma ne comprenda le radici, le metamorfosi, le implicazioni psico-sociali. L’autoritarismo è un’attitudine culturale pericolosa che va contrastata prima di tutto dentro di noi, smascherando quella “confusa immaginazione di sicurezza” che ci rende schiavi consenzienti.
Se non comprendiamo che il problema è l’abdicazione della volontà a favore della procedura, sia essa un editto imperiale o una riga di codice, continueremo a potare i rami di una pianta le cui radici restano intatte nel buio di una terra sempre più avvelenata.
