Nella parabola discendente della modernità avanzata, assistiamo a un fenomeno che Herbert Marcuse avrebbe descritto come la realizzazione compiuta dell’incubo tecnologico: la liquefazione della dialettica. Gli appunti che emergono dalla realtà produttiva contemporanea non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti. Se un tempo il conflitto di classe fungeva da motore della storia, oggi quel motore si è spento, sommerso dal rumore assordante di un consumo universale che ha livellato gran parte delle asperità sociali.
L’osservazione empirica ci mostra una convergenza estetica e culturale senza precedenti. Il confine tra chi detiene i mezzi di produzione e chi vende la propria forza lavoro non è più segnato da una barriera di costume o di intelletto. Il padrone e l’operaio, il gestore di fabbrica e il salariato, consumano oggi la stessa spazzatura televisiva, siedono nelle stesse sale cinematografiche, (non) leggono gli stessi libri e subiscono la medesima colonizzazione dell’immaginario. Questa uniformità non è il frutto di un’emancipazione proletaria, né di una redistribuzione etica della ricchezza, bensì l’esito di una duplice manovra di compressione. Da un lato, la media borghesia produttiva ha subito una contrazione dei redditi che l’ha trascinata verso il basso; dall’altro, l’operaio ha ottenuto quel minimo surplus di potere d’acquisto necessario a integrarsi nel sistema del superfluo in una sussunzione massiccia e pervasiva negli stessi meccanismi antagonisti di controllo e sfruttamento.
Il risultato è la dissoluzione della classe operaia in quanto soggetto storico. Con essa, si dissolvono le istanze di rottura. La Scuola di Francoforte ci aveva ammonito: quando il sistema soddisfa i bisogni che esso stesso ha creato, la libertà è si ottiene come il risultato di un calcolo, l’output di un programma, e diventa uno strumento di dominio. Ci troviamo immersi in quella che potremmo definire una “democrazia totalitaria”.
È un paradosso solo apparente: in questo regime, l’individuo mantiene il diritto formale di voto, la libertà di parola e persino una relativa autonomia d’azione. Tuttavia, queste libertà operano all’interno di un perimetro già recintato, un frame culturale che predetermina ciò che è pensabile e ciò che è possibile.
In tale contesto, il voto e l’azione politica si riducono a meri esercizi di manutenzione del sistema. Se il pensiero non è in grado di trascendere la cornice data, se l’opposizione si limita a chiedere una gestione più efficiente dell’esistente senza metterne in discussione i presupposti totalizzanti, allora la libertà non è che una cella più confortevole. Il totalitarismo contemporaneo non ha bisogno di camicie brune o di polizia segreta; esso risiede nella struttura stessa della vita quotidiana, nella standardizzazione dei desideri, delle ambizioni, dei sogni, e nell’irrilevanza di ogni alternativa che non sia già stata digerita dal mercato.
La critica anarchica e francofortese dovrebbe dunque ripartire da qui: dalla consapevolezza che il nemico non è più (soltanto) un’entità esterna o un’istituzione coercitiva, ma un assetto culturale che ha neutralizzato il dissenso rendendolo invisibile a se stesso. La sfida non è cambiare chi comanda (non lo è mai stata, in realtà), ma infrangere la cornice che rende ogni comando accettabile, ogni obbedienza un piacere e il conformismo un dovere.
