C’è un’urgenza che brucia nelle piazze e nei collettivi: l’urgenza di “fare qualcosa” di fronte a un sistema che percepiamo come sempre più oppressivo e sordo. Spesso, questa spinta si traduce nel ricorso all’azione diretta violenta, vista come l’unica prova di autentico radicalismo.
Se si prova a muovere una critica a questo approccio obiettando, argomentando, con dati alla mano, che la violenza politica oggi è controproducente, la risposta è pavloviana: “non hai le palle”, “non sei abbastanza arrabbiato”, “ma tu sei mai sceso in piazza?”.
Bene, se queste affermazioni le faccio io, è facile darmi del coglione e appiopparmi certe etichette (che uso proficuamente per detergermi le parti intime), ma come la mettiamo se le stesse cose le dice chi ha scritto pagine di storia con il sangue e il piombo?
Parliamo di Renato Curcio. Non un teorico da salotto, ma uno dei fondatori delle Brigate Rosse. Un uomo che ha vissuto la prigione, che ha teorizzato e messo in pratica la forma più estrema di scontro frontale con il potere: la lotta armata.
Quella di Curcio è un’analisi lucida e spietata della realtà. Lui, oggi, da sociologo, sottolinea come il Novecento abbia mostrato chiaramente i “limiti della soluzione violenta ai conflitti”. Suggerisce ai giovani di lottare, sì, ma “senza violenza”, partendo invece dalla conoscenza profonda delle condizioni in cui si svolge la nostra vita e dalla ricerca collettiva di soluzioni condivise.
Temo non si possa contestare a Curcio che sia un pusillanime, uno che non conosce la piazza o che non sia abbastanza arrabbiato col sistema. Qui le etichette cadono miseramente. Perché questo sono: etichette vuote usate per non vedere l’elefante nella stanza.
Le analisi sistematiche sulle campagne violente e nonviolente dimostrano quanto enormemente più efficaci siano le seconde rispetto alle prime (https://tinyurl.com/ebkxadhb). Non solo, più passa il tempo più il divario di successo tra i due approcci in favore della nonviolenza diventa evidente.
Quindi la lotta violenta è ritenuta valida solo perché è un vero e proprio dogma mitologico negli ambienti antagonisti. È un’eredità miope di contesti socio-tecnologici di più di cento anni fa che non hanno più alcuna attinenza con l’odierna asimmetria di potere tra le istituzioni e il popolo. Oggi, cercare lo scontro fisico significa giocare nel campo dove lo Stato è imbattibile. Con i mezzi che ha a disposizione il potere (droni, riconoscimento facciale, sorveglianza digitale, ecc.) la violenza non è un atto di ribellione, è un suicidio assistito.
Ma il feticismo della spranga continua a mietere vittime.
La critica ad azioni violente e il proporre un approccio nonviolento non vengono contestati nel merito ma vengono derisi; alcune volte con toni machisti e prevaricatori (strano modo di essere libertari); altre volte perché bisogna solidarizzare con l’operato dei compagni a prescindere (scadendo in una sorta di cieco cameratismo militarista); altre volte ancora arrivando a negare l’anarchismo di chi critica le azioni violente, incarnando una sorta di autorità che rilascia o nega il patentino di anarchico sulla base dell’adesione o meno a questa specifica forma di lotta (facendo temere che, per qualcuno, l’anarchia sia solo ed esclusivamente questo).
Così l’uso della violenza continua ad allontanare la gente, compattare le istituzioni, diffondere paura e legittimare la repressione agli occhi dell’opinione pubblica annullando le istanze.
Attuare forme di lotta così prevedibili le fa diventare inutili se non controproducenti.
Il problema della violenza non è solo etico, ma squisitamente politico e strategico. Molte azioni dirette violente soffrono di una lettura puerile e dicotomica della realtà. Si cerca di colpire il cattivo di turno convinti che questo basti a scalfire il sistema. Ma il potere non risiede solo nei pochi individui che ne eseguono gli ordini; risiede nell’idea che la stragrande maggioranza delle persone ha di quel potere.
La vera radice del problema è l’idea diffusa della legittimità dell’oppressione. Questa andrebbe distrutta. Ma è più facile afferrare una pietra e usarla per rompere un vetro che raccogliere le proprie idee e usarle per rompere le convinzioni della gente finché non si manifesti un cambiamento ineluttabile.
Inoltre, dobbiamo chiederci chi trae davvero vantaggio dallo scontro fisico. In un’epoca di controllo tecnologico capillare (Curcio ricorda che viviamo in un contesto di costante tracciamento e sorveglianza di massa – ottimo il suo saggio “L’Impero Virtuale”) la violenza diventa uno dei regali più preziosi che si possa fare allo Stato. Il potere non teme questo tipo di azioni, anzi, spesso le auspica e le incentiva attraverso infiltrazioni e finanziamenti per poter poi legittimare la repressione, delegittimare le istanze dei movimenti antagonisti e isolarli politicamente, usando le loro violenze come gancio per influenzare l’opinione pubblica.
Sganciamoci da questa estetica del fallimento. Serve una lotta diversa, intelligente, strategica e senza risvolti egoici. Bisogna colpire il potere dove serve: recidere il consenso, praticare il boicottaggio, la disobbedienza civile e costruire una controcultura che unisca più individui possibile e che il sistema non sappia come processare. Continuare a invocare la violenza non è un atto di coraggio: è solo dimostrare che non si ha abbastanza fantasia, o abbastanza fegato, per abbandonare ciò che evidentemente non funziona e tentare finalmente qualcosa che possa funzionare davvero.
