Sapere, Capire, Comprendere… e poi c’è Giustificare
C’è una confusione che riemerge ogni volta che si prova ad avere una conversazione seria su qualsiasi argomento che abbia un minimo di complessità. Una confusione che non è casuale, non è innocente ed è così diffusa da sembrare quasi strutturale.
È la confusione tra sapere, capire, comprendere e giustificare.
Quattro parole che finiscono tutte stipate tra loro nel turbinio della coscienza collettiva sconvolta dai social, dalla sistematica distruzione del contesto, dal nichilismo… Queste parole diventano indistinguibili, intercambiabili creando un altro livello di incomunicabilità che si stratifica su quelli precedenti, generando danni enormi ogni volta che si prova a ragionare su qualcosa che conta davvero.
Immaginiamo una scala. Sapere, capire e comprendere ne sono i gradini.
Sapere è il primo gradino. Sapere significa essere in possesso di un’informazione. Ma il sapere da solo è inerte. È come avere in mano un seme senza sapere dove piantarlo.
Capire è il secondo gradino, e già qualcosa di qualitativamente diverso. Capire significa iniziare a vedere le connessioni, fare dialogare quell’informazione con altre, con l’esperienza, con il ragionamento. Capire richiede uno sforzo attivo, richiede di collegare un’informazione alle altre e quindi contestualizzarla senza accontentarsi dell’informazione grezza, facendo domande, avendo dubbio. Non si può capire senza mettere in discussione quello che si sa. Il dubbio, quindi, è il motore del capire. Eppure, è diventato qualcosa di imbarazzante nel mondo in cui viviamo, quasi una debolezza. E questo ci blocca spesso al gradino precedente.
Comprendere è il terzo gradino. L’etimologia ci aiuta: cum (con) prehendere (prendere), quindi prendere con sé, abbracciare. Comprendere significa fare propria una cosa, portarla dentro di sé non come un oggetto che si osserva dall’esterno ma come qualcosa che si è integrato nel proprio modo di vedere il mondo. Significa che quella cosa ha cambiato qualcosa in noi.
Sia chiaro, il processo descritto è valido sia nel caso in cui si comprendano cose che riteniamo positive, sia nel caso in cui si comprendano cose che riteniamo negative. Gli esiti saranno opposti, ma il processo è il medesimo.
Se il sapere informa, il capire illumina, allora il comprendere è il gradino che trasforma.
Questi tre gradini formano una scala con una direzione precisa e senza scorciatoie. Non si può comprendere qualcosa che non si è capito, e non si può capire qualcosa che non si conosce. Parliamo della struttura stessa del pensiero onesto e utile.
E poi c’è giustificare, che è del tutto un’altra cosa.
Giustificare non è il quarto gradino di questa scala. Non c’entra niente con questa scala. Eppure, si ha spesso la tendenza a confondere questo concetto con ognuno dei gradini della scala di cui ho parlato.
Giustificare è il contrario del processo virtuoso appena descritto. Invece di partire dalla realtà e arrivare a una valutazione, si parte da una valutazione già data e si cerca la realtà che la confermi. È la fine del pensiero che si spaccia per il suo inizio.
La differenza è enorme: comprendere il funzionamento di un meccanismo non significa approvarlo.
Ad esempio: comprendere le dinamiche psicologiche che trasformano persone comuni in esecutori di violenza non significa assolvere quelle persone; comprendere come certi sistemi rendano la sofferenza invisibile non significa avallare quella sofferenza. La comprensione autentica produce quasi sempre il contrario della giustificazione.
La comprensione è un’arma, non uno scudo per chi sbaglia. È l’arma più potente per avere controllo filosofico e quindi d’azione sulle sfide che il mondo ci pone davanti, quelle decisive per determinare quale mondo e quale futuro vogliamo.
Per come è fatta la società dicotomica e polarizzata di oggi, il solo atto di spenderci per analizzare le informazioni senza avere una posizione, sembra terrorizzarci. Il processo di salire quei gradini, quel momento di ascolto, apertura, comprensione ed elaborazione, ci fa sentire persino in difetto e vulnerabili.
Tutto ciò spaventa perché non fornisce una divisa da indossare. Non permette di sapere subito da che parte si sta. Non offre la rassicurazione del gruppo e quella di poter definire un “noi” e un “loro”.
Siamo così terrorizzati e analfabeti sul processo che il processo stesso viene accusato di essere giustificazione: ad esempio, quando si prova ad analizzare le radici storiche o strutturali di un fenomeno, si rischia di essere accusati di volerlo minimizzare. Questa accusa è il segnale più chiaro che il processo si è interrotto al primo gradino.
E così, siamo portati a prendere direttamente una posizione, qualunque essa sia, rassicurati da tutta la narrativa già confezionata per giustificarla. Siamo portati a saltare i gradini, saltare il percorso, e così ci ritroviamo con le “nostre” posizioni e opinioni che non sono il risultato di un’analisi ma sono un’identità presa in prestito da altri. E le identità non si discutono, si difendono.
Quello che serve è il coraggio di salire quei gradini, per quanto scomodi, traballanti e ripidi. Bisogna avere il coraggio di salire e scendere, più di una volta.
Si tratta della disciplina del pensiero critico applicata con serietà, non di relativismo.
Sapere è avere il seme. Capire è piantarlo. Comprendere è diventare l’albero.
Giustificare è dondolarsi su un’altalena legata al ramo di un albero invisibile. E, spesso, a spingere quell’altalena sono forze che hanno interesse affinché smettiamo di piantare semi per far crescere alberi. Il risultato è vivere in un deserto in cui ci azzanniamo per determinare quale sia l’altalena più comoda senza accorgerci che non ci sono più alberi.









