Lo so, il detto recita “La risposta è NELLA domanda”. Ma non ho sbagliato: sto affrontando un tema diverso.
Il fatto è che molti degli interrogativi filosofici più profondi sono, e devono rimanere, senza risposta. Non è un difetto. Non è un problema. È giusto che sia così.
È giusto e sano.
Perché il punto non è trovare una risposta, ma porsi la domanda.
Le leggi della logica, dell’oggettivismo, dei valori assoluti, fino ai dogmi, ma anche lo scientismo, il produttivismo e il pragmatismo ci impongono di rifuggire da domande senza risposta, considerati meri giochetti filosofici di gente che ha tempo da perdere, mentre gli altri lavorano su cose serie.
La strada che si è creata, una superstrada, conduce inevitabilmente verso risposte sempre più a portata di mano, veloci, rapide, semplici, preconfezionate, algoritmiche, spesso addirittura in assenza di domande.
Serve un martello che pianti un chiodo. Non serve chiedersi se quel chiodo vada piantato, né tantomeno chiedersi perché si dovrebbe piantare un chiodo. Si arriva a sapere tutto di quel martello: marca, dimensioni, prezzo, storia, di cosa è fatto il manico, di cosa è fatta la testa, quanto pesa, la forza che può imprimere. Ma nessuno si chiede perché abbiamo un martello in mano.
Siamo diventati esperti dell’oggetto, ma analfabeti dello scopo.
“Perché si può fare” sembra l’unico perché concesso, ma è una risposta, un imperativo, non una domanda. Una risposta implicita che fa rima con “obbedire al sistema” e filosoficamente funzionale quanto un manichino da crash test messo al volante di tutto il complesso tecno-industriale.
Ho spesso definito quest’epoca come post-contesto in quanto i media (soprattutto i social) hanno definitivamente sradicato il contesto dalla comunicazione avvelenandola, rendendola un’arma che porta tutti al conflitto attraverso l’incomprensione di massa, in una versione moderna e digitale di una eterna Babele.
In maniera non dissimile, e probabilmente condividendo le stesse radici, questa è un’epoca anche post-domanda.
Sapere qualcosa senza chiedersi perché è una forma di analfabetismo estremamente subdola molto peggiore del cosiddetto analfabetismo funzionale.
Chiedersi perché è una palestra per la mente, per l’etica e per la morale. Esercita i muscoli della coscienza. Aumenta la resistenza al conformismo e alla propaganda.
La società sobilla alle nostre orecchie che tutto questo esercizio non serve, e invita a banchettare al fast food delle risposte.
Vogliamo solo certezze, purché sia certa la loro spendibilità nella società. Con quelle risposte ci costruiamo delle bolle e proviamo a viverci dentro nel comfort dell’autoconferma. Bolle con pareti sottilissime che diventano, a nostra insaputa, i limiti della nostra coscienza. Da dentro non ne vediamo nemmeno i confini come pesci dentro un aquario.
Le domande critiche possono valere solo per le bolle altrui e solo se servono a non farci vedere quanto è sottile la parete della nostra bolla.
Bolle su bolle, in frattali infiniti costruiscono palazzi immensi che alla sola domanda “perché?” si disperdono in mille goccioline portate via dal vento.
Torniamo a farci domande, anche le più stupide. Sommergiamoci di dubbi. Rischiamo persino di rimanere immobili, inebetiti, al bordo della superstrada mentre il mondo ci sfreccia sopra a velocità esponenziale accusandoci di essere luddisti, inutili, retrogradi. Rischiamo pure di essere quegli individui accusati di non capire il mondo che cambia. Se l’unico modo di tentare di ridare un senso alle cose è fermare il mondo, per quanto assurdo, per quanto possiamo essere da soli, fermiamoci.









