Erica Chenoweth, politologa americana e docente di politiche pubbliche presso la Harvard Kennedy School e il Radcliffe Institute for Advanced Study, era una dottoranda in scienze politiche nel 2006. La sua tesi verteva sul come e perché la gente usa la violenza per ottenere cambiamenti politici nel proprio paese. All’epoca era fermamente convinta che la forza delle armi e l’uso della violenza fossero gli unici metodi efficaci soprattutto in contesti estremi come regimi dittatoriali e simili.
Successivamente fu invitata a un workshop organizzato dall’International Center on Nonviolent Conflict dove si confrontò con chi, a differenza di lei, sosteneva che il modo migliore per ottenere cambiamenti politici è attraverso la resistenza nonviolenta o la disobbedienza civile.
Il confronto si concluse con Maria Stephan che le propose di mettere alla prova le sue opinioni studiando la cosa scientificamente, empiricamente.
Nessuno aveva mai fatto una ricerca sistematica di questo tipo su questo argomento.
Erica Chenoweth accettò e per due anni ha analizzato i dati di tutte le maggiori campagne politiche violente e nonviolente nel mondo dal 1900 al 2006. Ha pubblicò poi i risultati di questa ricerca con la stessa Maria Stephan come co-autrice.
I dati raccolti la lasciarono a bocca aperta al punto da farle cambiare completamente idea.
Le evidenze mostrano che le campagne nonviolente hanno un rateo di successo più che doppio rispetto a quelle violente.
E questa differenza è in crescita vertiginosa col passare del tempo facendo rilevare che le campagne nonviolente sono sempre più numerose e vincenti mentre quelle violente sono sempre più rare e infruttuose.
I dati mostrano che questa situazione è valida anche in contesti politici estremamente brutali e autoritari nei quali lei si aspettava la nonviolenza fallisse.
A questo punto c’è da chiedersi perché la resistenza civile e nonviolenta sia così tanto più efficace della lotta violenta.
Un primo punto importante è che le tattiche nonviolente possono essere molto semplici e poco dispendiose da portare avanti, possono anche essere molto variegate e, per questo, tremendamente difficili da controllare e reprimere da parte del potere. Inoltre, è quasi impossibile creare una narrazione che porti le persone ad allontanarsene o osteggiarle.
Le azioni violente, come gli scontri di piazza, hanno caratteristiche diametralmente opposte.
La violenza esercitata da un regime autoritario tende a ritorcersi contro l’oppressore stesso quando colpisce movimenti di opposizione pacifici poiché la natura nonviolenta della protesta innesca un potente effetto boomerang che delegittima il potere e ne amplifica il dissenso.
Con movimenti di opposizione violenti accade esattamente il contrario e l’utilizzo della forza da parte dello stato può essere più facilmente fatto passare come giustificato.
La repressione di campagne pacifiche attira un sostegno popolare sempre più vasto e provoca fratture interne tra i sostenitori delle élite, isolando il regime, sia internamente che a livello internazionale, trasformando l’aggressione in un volano per il cambiamento politico.
Io penso che la crescente differenza in termini di successo tra le campagne violente e nonviolente nel tempo vada probabilmente imputata principalmente all’aumentare in termini numerici e qualitativi della forza offensiva/repressiva di governo e istituzioni.
Chiaramente, le forze messe in campo nei primi del Novecento non comprendevano certo cose come droni, riconoscimento facciale o sorveglianza di massa. Le tecnologie e le strategie usate dal potere oggi sono tremendamente più efficaci e capillari. Anche questo contribuisce al fallimento dello scontro violento.
Ma il punto chiave che emerge nella ricerca è il numero di persone coinvolte.
Lo studio ha dimostrato che, per attuare un cambiamento politico rilevante, come il rovesciamento di un governo, occorre il coinvolgimento di circa il 3,5% della popolazione. Ebbene, le campagne che hanno coinvolto almeno quella percentuale di gente erano tutte nonviolente. Queste ultime, infatti, contano in media 4 volte più persone coinvolte rispetto a quelle violente.
Le lotte nonviolente sono anche quelle più inclusive e rappresentative in termini di razza, sesso, età, classe dei partecipanti. Ovviamente, commettere azioni violente restringe enormemente il bacino di persone componendosi principalmente di gente in salute e in una certa fascia di età. Azioni come il boicottaggio o la disobbedienza civile, ad esempio, possono essere sostenute anche da disabili o da bambini.
Il coinvolgimento di molte persone garantisce sia una più alta efficacia delle azioni stesse, sia la possibilità di coinvolgere individui all’interno di punti chiave del sistema come i media, le forze armate o le istituzioni.
Le azioni nonviolente possono recidere la connessione tra le persone e il potere, ed è importante perché sono le persone a far funzionare il potere, sia in termini pratici che ideologici. Coinvolgere le persone, quindi, è fondamentale per far tremare davvero i pilastri su cui si regge un potere.
Analisi statistiche condotte su diversi casi studio dimostrano che le mobilitazioni nonviolente sono più efficaci nel colpire duramente il potere, riuscendo a sottrarre al regime il sostegno dei suoi apparati chiave e dei suoi alleati storici. Al contrario, l’uso della forza da parte degli insorti produce un effetto compattante sulle istituzioni, che tendono a rafforzare la propria coesione e a intensificare la repressione, spesso trovando una parvenza di legittimità e sostegno nell’opinione pubblica, che percepisce la reazione statale come una necessaria difesa dell’ordine. Questi dati trovano conferma nei risultati storici, dove oltre il 75% delle rivolte violente si concludono con una sconfitta o in uno stallo logorante, mentre la maggior parte delle iniziative nonviolente riesce a raggiungere i propri obiettivi.
Pensare di non rivolgersi alla gente per coinvolgerla nella lotta e rinunciare così ad arrivare a una percentuale di persone significativa è un fallimento in partenza. Non solo, rappresenta anche una mentalità elitaria e in qualche modo classista, escludente, che si auto ghettizza e si relega ai margini senza mai fare la differenza che serve.
Erica Chenoweth si è chiesta perché fosse così facile e confortante pensare che la violenza funziona e perché fosse così semplice accettare la violenza come unica via d’uscita, qualcosa che capita automaticamente a causa degli eventi o delle necessità.
La studiosa pensa che tutto dipenda dalla cultura dominante che celebra continuamente la guerra, considera chi combatte, come fosse un eroe, spingendoci a vedere la violenza come sinonimo di coraggio e portandoci a credere che non c’è vittoria senza bagno di sangue.
La realtà è l’opposto.
Il titolo di questo studio è “Why Civil Resistance Works” e le conclusioni sono evidenti: la resistenza civile nonviolenta funziona, sia in termini di ottenimento di obbiettivi strategici sia in termini di promozione di benessere a lungo termine delle società in cui le campagne si verificano. L’insurrezione violenta, d’altro canto, ha un triste record su entrambi i fronti.
E questo con buona pace di chi vede la lotta violenta come mezzo valido e fruttuoso (se non l’unico) per ottenere vittorie politiche, rifacendosi pedissequamente e in maniera miope a scritti e specifiche lotte avvenute più di cento anni fa, in contesti socio-tecnologici che non hanno alcuna attinenza con quelli attuali e con l’odierna asimmetria di potere e di controllo; arrivando a costruire un’intera cosmogonia di bolle cognitive per non mettere in discussione questa modalità di lotta; arrivando a non vedere quanto sia controproducente e quanto i poteri ne siano favoriti nel lungo termine; arrivando persino a irridere, offendere ed escludere chi muove una critica in tal senso.
Dobbiamo iniziare quindi a rifiutare questo ridicolo e controproducente dogma mitologico dell’eroe che si sacrifica, buttarlo nel cesso e iniziare a coltivare l’idea (molto meno affascinante ma molto più realistica ed efficace) che serva una lotta intelligente, strategica e senza risvolti egoici.
Occorre anche chiedersi perché e con quale scopo si combatte un potere.
Se lo si fa per restare ai margini di una società che non cambierà mai e ripetere le stesse azioni, largamente previste e persino anelate dal potere stesso, allora si può continuare a cercare lo scontro violento con le forze armate senza farsi troppe domande.
Se invece si tratta di costruire una vera alternativa, far cambiare le cose, disinnescare il potere e fare la differenza, allora è indispensabile coinvolgere le persone col dialogo e la divulgazione, convincendole delle nostre ragioni creando un fronte inarrestabile ed è necessario pensare ad azioni diverse, variegate, furbe, che si basino sulla controcultura, sul boicottaggio, sulle dimostrazioni, sulla resistenza civile o persino su nuove strategie mai tentate sinora.










