Intervento sul lavoro – 1° Maggio Anarchico, Carrara 2026



Un immenso grazie alle formidabili persone del Germinal FAI Carrara.


Il primo maggio anarchico non è mai stato una festa, ma piuttosto un’occasione per ricordare le lotte passate e quanto ancora c’è da fare.
Le lotte dei lavoratori, le conquiste, i diritti strappati con i denti attraverso scioperi, picchetti, boicottaggi, manifestazioni e persino il sangue: tutto questo ha avuto senso, ha avuto valore, dignità. Ce l’ha ancora. Ma oggi, qui, dobbiamo anche avere il coraggio di dirci una cosa più ampia, radicale.
Perché, se parliamo di lavoro, credo sia fondamentale averne una visione chiara, realista, e scrollarci di dosso la versione romanticizzata e mitizzata dalle varie forme di potere che ne traggono vantaggio.
 
In tempi lontani esisteva la schiavitù, persone che erano di proprietà di qualcun altro. Ma nella storia non sono mancati esempi di persone convinte a un lavoro massacrante, magari perché qualche dio avrebbe ricambiato il favore. “Il lavoro rende liberi” era il motto posto all’ingresso di numerosi campi di concentramento. Quindi si è passati da una coercizione palese a una basata su qualche forma di ricatto o propaganda. Ma la sostanza non cambia. Oggi pensiamo sia diverso?
Per rispondere, prima dobbiamo ricordarci cosa sia il lavoro.
 
Nel mondo, ogni anno, quasi 3 milioni di persone muoiono a causa di infortuni sul lavoro e malattie professionali. Quasi 400 milioni subiscono infortuni non mortali.
E quando non si muore, non ci si ammala, per la stragrande maggioranza delle persone, il lavoro consiste nel ripetere per 8 ore al giorno, se non di più, operazioni che non piacciono o sono nocive per la salute, in luoghi che non piacciono o che sono addirittura insalubri, con persone che non piacciono o che addirittura danneggiano l’equilibrio emotivo e psicologico, immersi in contesti dove prosperano competizione, gerarchia, controllo, alienazione.
 
Eppure, davanti a tutto questo, il lavoro non viene più nemmeno dipinto come una triste necessità ma come un valore, un obiettivo, motivo di realizzazione personale e, addirittura, se non si lavora, non si sa cosa fare, e chi non lavora resta ai margini di questa società.
Pensate al classico modo di presentarsi: “sono Mario Rossi, ho 35 anni, sono un ingegnere”. “Sono” un ingegnere. Non “faccio” l’ingegnere. Persino la nostra identità dipende da quale ingranaggio ci è capitato di essere nella società produttivista.
 
Allora è evidente che le cose non sono cambiate poi tanto dagli esempi appena fatti.
È cambiata l’estetica della propaganda ma non la sostanza, e la schiavitù ha solo cambiato forma o è rimasta tale ma l’abbiamo esternalizzata in luoghi lontani dai nostri sguardi trasformando intere nazioni nelle periferie industriali del cosiddetto progresso del primo mondo.
Così come la democrazia è solo la versione più presentabile della dittatura, il lavoro è solo la versione più presentabile della schiavitù.
 
E, a prescindere dal tipo di economia, dal tipo di governo, in una società di mercato il lavoro non può che essere una merce, il risultato di un ricatto economico o di altre forme di dominio e coercizione. È nella natura della cosa. Si possono democratizzare i rapporti di forza, limare gli attriti, abolire una discriminazione, ottenere una garanzia salariale in più. Ma finché qualcuno può comprare il tempo di un altro per lucrarci sopra, finché la vita è una merce affittabile in cambio del necessario per sopravvivere, noi viviamo in un mondo che possiamo definire in tanti modi, ma di certo non libero.
 
Il lavoro non può esistere se non dentro un sistema che ha regole ben precise: produzione, efficienza, e quindi obbedienza, gerarchie. Un sistema che chiama “progresso” estrarre di più, abbattere di più, consumare di più, sprecare di più. Un sistema in cui la natura non è casa nostra ma qualcosa da sfruttare e mettere a reddito, gli animali sono merce e noi stessi forza lavoro, capitale umano, risorse umane. Risorse. Come il petrolio. Come il legname. Come una falda acquifera da cui si attinge finché non si esaurisce.
 
Il progresso tecno-industriale – dall’aratro alla catena di montaggio, fino all’intelligenza artificiale – si è sempre truccato di promesse come quella di lavorare meno, vivere in un mondo più libero e più equo. Tutte queste promesse sono state sistematicamente disattese e si sono concretizzate in diversi tipi di sfruttamento per arricchire pochi, trasformandoci in criceti sulle ruote che alimentano una distopia verso il collasso del pianeta, delle nostre relazioni sociali. E non poteva andare diversamente visto che la civiltà tecno-industriale ci ha convinti a basare le nostre vite su desideri e bisogni fittizi, contrari alle necessità psico-fisiche dell’essere umano: viviamo a ritmi assurdi che non hanno nulla a che fare con la nostra biologia; al ritmo di sveglie, di campanelle, di semafori, di bip alla cassa; incasellati, messi in coda, in liste d’attesa, anagrafiche, gerarchie e dobbiamo funzionare come numeri perché il sistema funzioni.
 
Noi adesso lottiamo per più diritti sul lavoro, giustamente. Ma l’anarchismo non può fermarsi alla rivendicazione di migliori condizioni dentro questo sistema. Non può, perché sarebbe come chiedere una cella più confortevole all’interno della stessa prigione, una prigione in cui siamo sia prigionieri che carcerieri.
Dovremmo avere ben chiaro, invece, il desiderio irrequieto e naturale di liberarci dal lavoro come cardine della vita. Dovremmo ambire a una società diversa, sostenibile, in cui gli individui soddisfino i propri bisogni “reali” attraverso la cooperazione volontaria e la solidarietà, non il ricatto economico, e in cui il tempo della vita torni ad essere nostro, tutto, non solo quello che avanza dopo che abbiamo svenduto la parte migliore a questa macchina che divora ogni cosa.
 
Prima di essere lavoratori e lavoratrici, siamo esseri umani. Ricordiamocelo.