L’anticapitalismo che lucida le catene



Non è infrequente imbattersi in anticapitalisti che parlano di energia rinnovabile, di automazione del lavoro, di esplorazione spaziale, di intelligenza artificiale. Di tecnologia, in generale, ma al servizio del popolo.
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio in tutto questo su cui vale la pena ragionare.

Il capitalismo non è il complotto di uomini cattivi che sfruttano il resto del mondo, ma piuttosto il risultato inevitabile di una ideologia, di un modo di vedere le cose, che si traduce in una serie di strutture materiali, tecniche, industriali e culturali. Queste strutture da una parte precedono il capitalismo, dall’altra lo mantengono in vita.
Posto questo, pensare di poter estirpare il capitalismo lasciando intatte le strutture che lo alimentano, è una contraddizione in termini che rivela quanto possa essere distorta e macchiettistica l’idea di capitalismo nella testa di molti.

Infatti, una parte non ignorabile di chi si definisce anticapitalista continua a ragionare esattamente in questi termini. Si immagina un mondo identico a questo, con le stesse fabbriche, le stesse reti logistiche globali, la stessa divisione iper-specializzata del lavoro, la stessa dipendenza da tecnologie che nessun individuo o comunità potrebbe mai produrre e controllare autonomamente, però senza “padrone”.
Capitale collettivizzato. Industria del popolo. Tecnica liberata.

Marx aveva almeno l’onestà intellettuale di ammetterlo apertamente: il capitalismo era per lui una fase necessaria, addirittura progressiva, nel cammino verso il comunismo. L’industria era il motore della storia, e la classe operaia ne era il prodotto necessario e il soggetto rivoluzionario. Non si trattava di mettere in discussione la fabbrica, ma di conquistarla.

Il marxismo non è mai stato anticapitalista nel senso profondo del termine: è una dottrina contro la proprietà privata dei mezzi di produzione. Una distinzione enorme. I mezzi di produzione restano, la logica produttivista resta, il rapporto di dominio sulla natura resta, la divisione tayloristica del lavoro resta. Si baratta un mondo schiavizzato da banchieri, padroni e speculatori con una schiavizzazione proletaria autogestita, con gli stessi meccanismi distopici e inevitabilmente autoritari.

Seppur più raramente, anche dentro l’anarchismo, che è decisamente più radicale, si annida la stessa contraddizione. Soprattutto nelle sue declinazioni più tecnofile. Esiste una sorta di pace silenziosa con il progresso industriale.
Come se il problema fosse solo il comando, ma non un sistema che lo rende necessario e inevitabile. Come se si potesse avere un sistema tecno-industriale libertario, autogestito, non gerarchico. Come se gli orrendi meccanismi dietro il produttivismo tecnologico – estrazione, produzione, trasporto, smaltimento – non richiedessero proprio le stesse strutture tecniche, logistiche ma anche politiche, sociali e morali che diciamo di voler abbattere.

In sintesi, non penso si possa davvero essere anticapitalisti se si difende la tecnica industriale. Non si può essere contro lo sfruttamento se si sostiene un sistema produttivo che, per esistere, richiede miniere in Congo, fabbriche con reti antisuicidio in Cina, attività ecocide, una massa di esseri umani e non umani sacrificati sull’altare dell’efficienza produttiva. Non si può criticare lo sfruttamento e la gerarchia del lavoro, e al tempo stesso non vedere un problema nell’iper specializzazione che la tecnologia richiede e che a sua volta necessita di taylorismo, gerarchie, compartimentazione, diluizione della responsabilità.
Non si può ottenere libertà riorganizzando la schiavitù.

La specializzazione e la tecnica sono il fondamento del dominio, non un suo inciampo. Quando la conoscenza viene frammentata in specialismi omologati e proceduralizzati, quando nessuno più conosce l’intero processo di ciò che produce e consuma, quando ogni individuo è ridotto a ingranaggio intercambiabile di una macchina che nessuno comprende nella sua totalità, il potere si consolida automaticamente, verticalmente, strutturalmente, senza che nessuno debba scientemente scegliere di dare ordini o obbedire. La gerarchia diventa architettura del sistema e viene accettata come procedura funzionale del sistema stesso. La forma più subdola di autoritarismo.

Non serve un padrone visibile quando il sistema stesso è costruito in modo talmente complesso e violento da richiedere che esista chi è obbligato alla miniera e alla catena di montaggio, e chi gestisca la complessità che la tecnica industriale inevitabilmente genera. Una complessità che nessuna comunità umana di dimensioni umane potrebbe mai padroneggiare se non, appunto, con il dominio e l’autorità.
Se davvero aneliamo a un mondo senza deleghe, libertario, cooperativo, orizzontale, frutto della libera associazione tra individui, questo non potrà che essere un mondo semplice e, per forza di cose, non tecnologico. Nessun traguardo della tecnica sarebbe stato raggiunto senza sfruttamento, dominio e autorità. Far volare un aereo a 800km/h, costruire un microchip, allenare un’IA, esplorare il cosmo, sono attività che può ottenere solo una società sistematicamente autoritaria e predatoria.

Un anticapitalismo che non contesta il progresso tecnico-industriale finisce per accettare implicitamente anche la premessa fondamentale del capitalismo stesso, ovvero lo sfruttamento e l’oggettificazione di ciò che occorre ai mezzi di produzione ¬(siano essi uomini, animali o l’intera natura resa oggetto, risorsa). Lo scopo è sempre gestire, sfruttare, ottimizzare affinché il mondo continui a rispondere ai bisogni e obiettivi indotti dalla civiltà produttivista; magari ridefinendoli, ridistribuendoli, socializzandoli, ma continuando nella distopia estrattivista, produttivista e consumistica, lasciando inalterato l’attuale rapporto con il resto del vivente, tragicamente simile a quello di un conquistatore nei confronti di un territorio da colonizzare.

E questa è esattamente la stessa logica che ha generato il capitalismo, ovvero la modernizzazione dei processi nati nella rivoluzione agricola, nella stanzialità, nell’accumulo, nella separazione progressiva dell’essere umano dall’ambiente in cui vive e di cui fa parte, generando e alimentando la mancanza di empatia e responsabilità, la stessa mancanza che ha un capitalista verso le classi sfruttate.

Non possiamo continuare a immaginare alternative al capitalismo usando gli stessi mattoni con cui è costruito. Ne servono altri.
Credo sia necessario che l’anticapitalismo sia anche anti-industriale, che riconosca la non neutralità della tecnologia e del sistema industriale, e che non cerchi di migliorarlo, collettivizzarlo, renderlo green, ma riconosca in esso le stesse strutture di dominio che vogliamo abbattere.

Allora, anziché cercare di liberare i mezzi di produzione, dovremmo pensare di liberaci dai mezzi di produzione. Cercare un affrancamento dalle strutture e dalle ideologie predatorie e autoritarie intrinseche in quelle strutture e creare le condizioni per la vera prosperità dell’essere umano che non è quella indicata dalla civiltà industriale in cui siamo lavoratori e consumatori ma quella in cui l’essere umano è semplicemente un animale sociale, libero e autodeterminato.

Purtroppo, siamo stati talmente colonizzati dalla logica del progresso che anche la nostra immaginazione rivoluzionaria può diventare una variante di ciò contro cui ci opponiamo.
E questa, forse, è la forma più sofisticata di dominio che esista: non quella che vieta di pensare, ma quella che illude di avere un pensiero libero, antagonista, mentre si sta semplicemente ridisegnando la stessa gabbia.