Sentenza del Tar del Lazio che boccia i protocolli AIFA di cura al Covid-19



È di ieri l’altro, 4 marzo 2021, la notizia che il Tar del Lazio ha accolto un’istanza cautelare nei confronti del Ministero della Salute e dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), BOCCIANDO la nota dell’Aifa del 9 dicembre scorso che conteneva i “principi di gestione dei casi Covid-19 nel setting domiciliare” e in cui si stabiliva il protocollo sanitario da applicare nei primi giorni di malattia, applicato diffusamente in tutta Italia. Il protocollo consiste in una “vigile attesa” e la somministrazione di Fans e paracetamolo o dell’eparina, con l’esclusivo scopo di trattare gli stati febbrili dei pazienti allettati ed esortando a non utilizzare altri farmaci, (prescritti generalmente dai medici di medicina generale) per la cura del coronavirus. Con questa sentenza invece il Tar del Lazio boccia il protocollo e sancisce la possibilità per i medici di poter prescrivere le terapie ritenute più opportune “in scienza e coscienza”.

Questa sentenza dovrebbe finalmente mettere a tacere tutti coloro che erano pronti a puntare il dito per ridicolizzare o etichettare come “negazionista” o “complottista” chiunque mettesse in discussione i protocolli utilizzati fino ad oggi per gestire questa emergenza sanitaria i cui risultati, dopo un anno, sono sotto gli occhi di tutti. E dovrebbe, di conseguenza, indurre a porsi delle domande e magari fare un passo indietro rispetto al clima di tensione e di sospetto verso chiunque sollevi dubbi, un sospetto che serpeggia da ormai più di un anno e che sembra averci messi tutti contro tutti, privandoci di una visione lucida e serena, quando invece cercare insieme le risposte sarebbe interesse di tutti, specialmente di chi è stato colpito in prima persona e negli affetti più cari da questo virus e che per questo merita verità e risposte forse più di chiunque altro.
A chi giova davvero questo clima di terrore alimentato ogni giorno a suon di numeri e di varianti-spauracchio? Possibile che si inneggi alla responsabilità solo quando c’è da far tacere qualcuno che solleva un dubbio, mentre la responsabilità sembra non esistere quando si confezionano servizi TG, ad esempio, che parlano di zone “liberate dal covid” grazie ai vaccini quando ai residenti hanno somministrato una sole dose e comunque dovranno attenersi a tutte le misure di contenimento del virus, oppure quando si paventa l’idea di un passaporto vaccinale quando nessuno studio ha dimostrato che i vaccini impediscano la trasmissione del virus e quindi stiamo parlando di una ennesima restrizione personale gravissima senza che ci sia alcuna base scientifica. Se c’è da essere responsabili, attenti e prudenti lo si deve essere sempre, se lo si è a fasi alterne non stiamo parlando di responsabilità, di attenzione né di prudenza ma solo di assuefazione alla propaganda e appiattimento del senso critico. Insomma qualcosa di pericoloso tanto quanto un virus se non di più.
Perché i medici hanno continuato a seguire un protocollo errato? Per un semplice motivo: per paura e obbedienza. In questo clima di terrore ogni medico ha paura a scostarsi dai protocolli e la maggior parte finisce per seguire fideisticamente, ciecamente quello che viene indicato, anche quando ha dei dubbi o sa benissimo di fare una cosa sbagliata. D’altronde chi esterna questi dubbi viene sanzionato o radiato. Questo clima potrebbe aver pesato tantissimo sul bilancio dei morti. Di chi è questa responsabilità? Possiamo parlarne oppure anche questo deve essere taciuto pena l’etichetta di negazionismo e il sotterramento sotto tonnellate di retorica?
Chiedetevi anche perché, nonostante ormai il 95% delle notizie ormai verte solo sul coronavirus, persino quando si parla di calcio si parla del coronavirus nel calcio, la notizia che un tribunale abbia riconosciuto non idoneo un protocollo di cura per il covid usato in tutta Italia su milioni di persone sia passata completamente in sordina.
Questa sentenza dovrebbe aiutarci a riportare l’attenzione su domande fondamentali, a capire quanto sia utile non prendere mai per oro colato tutto ciò che viene stabilito dall’alto senza prendere in esame anche le alternative esistenti. A chiedersi se davvero se ciò che è stato fatto (e raccontato) fino ad oggi sia davvero servito, se il superamento dell’emergenza passasse necessariamente dalle restrizioni e dalle chiusure o se la priorità non fosse un vero investimento sulla medicina del territorio e sulle terapie domiciliari tempestive che si sono rivelate più efficaci e risolutive di una sgangherata campagna vaccinale che, ad oggi, porta con sé più incertezze che soluzioni.

Il comitato che ha promosso l’istanza che ha portato a questa sentenza è il “Comitato Cura Domiciliare Covid-19” per opera dell’avvocato Erich Grimaldi, presidente del Comitato, affiancato dalla collega Valentina Piraino. Composto da medici, infermieri, personale ospedaliero, psicologi e semplici cittadini, i membri del comitato sostengono l’assoluta urgenza di affrontare la malattia ai primi sintomi nella propria casa, evitando così in molti casi un peggioramento verso una forma più grave che costringe al ricovero in ospedale. Chiedono l’istituzione di un protocollo nazionale di cura domiciliare tempestiva e che venga rafforzata la medicina territoriale, anche attraverso la creazione in ogni Regione delle unità mediche pubbliche di diagnosi e cura domiciliare del covid-19 (USCA) previste dalla legge nazionale, ma istituite solo in alcune Regioni. Sono mesi che i medici aderenti al comitato aiutano i malati di covid19 che si trovano a casa attraverso un supporto in rete totalmente volontario e gratuito, erogato 24 ore su 24, tramite la pagina Facebook del comitato, dando peraltro un contributo fondamentale ad evitare il collasso del servizio sanitario pubblico a causa di un afflusso disordinato nei pronto soccorso degli ospedali.
Vi consiglio di seguire questo comitato e di restare aggiornati.

Scritto in collaborazione con Francesca Geloni